I delegati e le delegate del 12° Congresso regionale UIL del Friuli Venezia Giulia hanno rieletto, venerdì 19 giugno scorso a Cervignano, all’unanimità Matteo Zorn nel ruolo di segretario generale. L’unanimità è stata ribadita poco dopo con la nuova segreteria regionale della Uil del Friuli Venezia Giulia, proposta da Zorn, che comprende, oltre al segretario generale stesso anche Fabio Nemaz (segretario organizzativo), Luciano Bressan, Valentina Amati, Ezio Tesan, e Fulvio Krizman (tesoriere).
Nella mattinata nella sua relazione, Zorn ha affrontato i temi cruciali per i tempi che cambiano rapidamente, invitando il sindacato a rapide azioni sul’insostenibilità dei salari bassi, la precarietà e il gap di genere. E, a livello nazionale -ospite la segretaria Ivana Veronese- azioni decise per abolire i contratti pirata, superare la legge Bossi-Fini, e introdurre la ‘Tassa sull’IA’.
“A fronte di un crollo drammatico del 12% dei salari reali dei lavoratori italiani -mentre nel resto d’Europa, pur in presenza di inflazione, le retribuzioni crescevano a due cifre-, le imprese del nostro Paese hanno registrato un incremento medio del 45% dei profitti e un aumento del 6% della produttività del lavoro – rileva Zorn -. Non vi è stata alcuna redistribuzione di questi margini di profitto, nessuna inversione di tendenza nei modelli organizzativi. Come spesso accade nelle crisi di questo Paese, i lavoratori dipendenti e i pensionati sono stati gli unici a pagare interamente il conto dell’inflazione e della transizione”.
E’ lo scenario post-pandemia con cui l’Italia è entrata nella fase internazionale, spiega, dominata dalla guerra in Ucraina e in Medio Oriente, dall’instabilità geopolitica ed economica che ora stiamo attraversando. Una fase che vede ancora i governi nazionali europei bloccare le riforme dell’Unione europea per piccoli interessi di parte, salvo poi imputare a Bruxelles e alle direttive europee di frenare lo sviluppo. Posizione sostenuta anche nell’ultima assemblea nazionale di Confindustria, rileva il segretario regionale, giudicandolo “un esercizio retorico facile, popolare e populista che non risolve i problemi strutturali che l’Italia continua colpevolmente a rinviare”.
Nel Paese la polarizzazione della ricchezza assume tratti allarmanti, con i salari fermi agli anni ‘90 far fronte a inflazioni a due cifre, mentre domina un approccio ideologico neoliberista in cui la politica ha abdicato al suo ruolo di regolatore. In questo contesto il sindacato combatte sia per i rinnovi contrattuali entro i tempi di scadenza naturale enormi difficoltà nei rapporti con le parti datoriali, sia contro i contratti pirata che alimentano il fenomeno del lavoro povero e il dumping sociale, colpendo soprattutto le prospettive dei giovani e i diritti delle donne, spiega Zorn.
L’occupazione femminile in Friuli Venezia Giulia registra un buon 63,9%, cinque punti in più del dato nazionale, ma pur sempre 11,6 punti sotto l’occupazione maschile. Ma quando si parla di gap di genere, la forbice si allarga ulteriormente: solo il 20% dei ruoli di responsabilità nelle imprese private e nel pubblico e ricoperto da donne; a parità di mansioni e orario, le donne guadagnano mediamente 20% in meno degli uomini, con picchi fino al -40% a fine carriera.
Le giovani generazioni invece continuano a rimanere intrappolate in un limbo di precarietà fatto di contratti a termine a brevissima scadenza, part-time involontario e abuso dei tirocini extracurriculari (di fatto manodopera gratuita e sostitutiva). E pur essendosi formati in un sistema scolastico, professionale e universitario regionale di eccellenza, spesso sono spesso costretti a emigrare a causa di salari d’ingresso inaccettabili, non competitivi e di una cronica instabilità contrattuale.
Entrambi i fenomeni, sottolinea Zorn, contribuiscono all’inverno demografico che coinvolge la forza lavoro regionale. Nei prossimi 5 anni il Friuli Venezia Giulia avrà bisogno di 80mila nuovi lavoratori, ma soltanto 40mila potrà essere coperta dall’offerta interna. Gli altri 40mila dovranno necessariamente essere lavoratori stranieri. Già oggi, senza lavoratori stranieri, spiega Zorn, settori regionali vitali come assistenza domiciliare e socio sanitaria, agricoltura, edilizia, cantieristica, industria pesante, turismo e servizi regionali, andrebbero immediatamente al collasso.
La Uil regionale chiede per questo con forza il superamento della legge Bossi-Fini, che ideologicamente rende tutto inutilmente complesso e disfunzionale, dove meno del 17% delle quote d’ingresso si trasforma effettivamente in permessi di soggiorno per motivi di lavoro. E l’abbandono dei ‘Decreti flussi’, dei ‘click-days’, meccanismi che di fatto trasformano i lavoratori stranieri regolari in ‘clandestini amministrativi’ privandoli dei diritti elementari e costringendoli all’estrema precarietà, ingrassando invece faccendieri, caporali e sfruttatori della manodopera.
Positiva la sperimentazione del ‘Progetto Ghana’ nel Friuli Venezia Giulia, percorso al di fuori delle sistema delle quote, al quale andrebbe affiancata il già rodato e trasparente sistema di ‘ingresso per inserimento nel mercato del lavoro’ della legge Turco-Napolitano del 1998.
Tra le nuove sfide per il lavoro in regione, i casi Electrolux e Wartsila dimostrano come per il comparto industriale, il contesto globale di guerre militari, guerre dei dazi e commerciali, reshoring e concorrenza sleale, l’export non è più sufficiente a garantire da solo la tenuta del sistema. Urge rilanciare il mercato interno, aumentando i consumi tramite l’aumento dei salari reali dei lavoratori.
I costi dell’energia sono un grave problema. Tuttavia, rileva Zorn, altri grandi paesi europei hanno gli stessi costi energetici e rincari delle materie prime e, applicando salari medi decisamente più alti di quelli italiani, stanno reggendo molto meglio l’urto della competizione globale per una ragione semplice: sanno fare sistema tra istituzioni, imprese e parti sociali.
Infine l’intelligenza artificiale. Se non è chiaro ancora come, dove e quando avverrà l’impatto sul mondo del lavoro, è chiaro che richiede nuove competenze dei lavoratori, così com’è chiaro che dovrà diventare un loro strumento e non un loro sostituto. Per questo la Uil proprio dal Congresso di Cervignano propone una ‘Tassa sull’IA’ da applicare contro imprese e multinazionali qualora, attraverso l’adozione massiccia dell’Ia e dell’automazione algoritmica, decidessero di ridurre strutturalmente il posti di lavoro per aumentare i margini di profitto.
Tale strumento andrebbe a sostenere economicamente la formazione professionale e il ricollocamento stabile dei lavoratori che perdono l’occupazione a causa dei processi di automazione algoritmica. Di fatto chi genera enormi profitti con l’IA sostituendo gli esseri umani, conclude Zorn, dovrà contribuire pro-quota alla sostenibilità sociale e alla coesione civile della transizione.



































