Zorn: “C’è anche una ‘buona flessibilità’, contrattata con le parti sociali e finalizzata all’assunzione”

“Il precariato in Italia è molto forte perché oltre l’80% delle nuove assunzioni sono a tempo determinato, e il ‘gender gap’ tra uomo e donna, sia salariale sia occupazionale, è molto marcato. In Friuli Venezia Giulia bisogna riconoscere che la situazione è migliore: abbiamo il 4% di disoccupazione e il 70% di occupazione. Se andiamo a vedere c’è il problema che i giovani abbandonano la regione, la maggioranza degli occupati sono 40-50enni, quindi c’è un problema di scarsa occupazione giovanile e femminile e su questo vanno concentrate le politiche sul lavoro”.

Lo evidenzia il segretario generale UIL del Friuli Venezia Giulia, Matteo Zorn, intervenuto oggi in piazza della Vittoria a Gorizia dal palco mobile della Carovana UIL, alla prima giornata della tappa regionale della tournée sindacale di sensibilizzazione contro il lavoro precario.

“C’è un precariato illegale, che è il lavoro nero, il sommerso, fatto di elusioni normative, di caporalato e ancora peggio – continua Zorn –. E poi c’è il precariato legale, che sono tutti questi contratti di lavoro atipici. Sicuramente servirebbe una riduzione di queste tipologie contrattuali. C’è poi la ‘buona flessibilità’, quella che viene contrattata con le parti sociali, quella che è propedeutica all’assunzione in azienda, che serve rispetto ai picchi produttivi e per ragioni sostitutive. E non per utilizzare una persona per non assumerla mai: questo è il modo di tirare via il futuro alle giovani generazioni”.

Rivolgendosi a una platea con ragazzi delle scuole superiori, il presidente del patronato Ital-Uil Giuliano Zignani, invita i giovani ad avere il coraggio di dire NO ai cosiddetti ‘contratti pirata’, accordi spogliati dei diritti e delle garanzie del lavoro che sempre più spesso vengono proposti dalle aziende invece dei contratti collettivi firmati dai sindacati più rappresentativi.

“Se ogni giorno in questo Paese muoiono 3 persone al lavoro, per il lavoro, vuol dire che c’è qualcosa che non va in questo Paese. C’è bisogno di una grande battaglia, come fa la Uil, contro le morti sul lavoro”, sottolinea Zignani. E continua: “C’è bisogno di una battaglia politica e culturale per mettere le basi per la prevenzione, per mettere al centro la persona. Questo è un Paese che mette al centro il profitto, e non possiamo dipingere il mondo imprenditoriale come se questi fossero dei benefattori. Ci sono persone serie – evidenzia –, ma nel mondo imprenditoriale ci sono anche delinquenti. Quelli che tolgono i dispositivi di sicurezza e mettono a rischio la vita delle persone sono delinquenti. Dobbiamo avere il coraggio di dire queste cose e la Uil queste cose le dice apertamente”.

Un altro aspetto della precarietà è il lavoro frontaliero che riguarda in particolare proprio Gorizia e Trieste. “C’è un flusso quotidiano di circa 10mila lavoratori frontalieri dentro e fuori il Friuli Venezia Giulia, per quasi l’80% irregolare, per lo più nel settore domestico, dove è più difficile verificare le irregolarità”, spiega Michele Berti, responsabile dell’Ufficio internazionale della Uil Friuli Venezia Giulia.

Nel lavoro frontaliero, continua, “la precarietà e il sommerso sono alimentati da ostacoli normativi e burocratici al lavoro regolare, che sono un freno all’emersione del lavoro irregolare. Quando si tratta del prelievo fiscale sul lavoro, si fanno avanti due Paesi, ma quando si tratta di erogare servizi scompaio entrambi”, spiega il sindacalista, ricordando l’azione della Uil regionale contro l’assegno unico universale che ha portato a un procedimento di infrazione della Commissione europea contro l’Italia.

“La legge europea dice che il Paese è responsabile di tutti quelli che lavorano e pagano tasse e contributi sul suo territorio, quindi anche i lavoratori frontalieri croati e sloveni. L’appello della Uil è al governo a non sbagliare le leggi. Ma da parte delle nostre istituzioni c’è una cecità assoluta: la paranoia di non erogare troppi servizi agli immigrati, ha penalizzato gli stessi cittadini italiani. A chi conviene uscire dal sommerso, se queste sono le regole?”, conclude Berti.